Internazionale 782 – 13 febbraio 2009
C’è una favola dei bambara del Mali che descrive perfettamente la situazione attuale del mondo. Si chiama Donni dongama (La piccola danza indanzabile). È una favola crudele, che a un certo punto dice: “Se il ballerino fa un passo indietro, muore suo padre. Se ne fa uno avanti, muore sua madre. Se non balla, muore”. Per capire come stanno le cose, forse bisognerebbe prestare ascolto alla saggezza dei poveri, all’esperienza dei più vulnerabili.
Nel marzo del 1991 a Bamako e in tutto il Mali è caduto un muro. La popolazione ha messo fine alla dittatura militare di Moussa Traoré. Decine di cittadini hanno pagato con la vita il processo di apertura politica. Qualcosa è cambiato in quelle settimane di rivolta e furore, un po’ come quando una nave durante la notte gira intorno all’ancora e il giorno dopo si ritrova con la prua puntata al largo.
Rieccoci a Bamako. Una città comincia così, nel ricordo di un racconto o di un sogno, molto prima di trovarsi con la cartina sotto il naso. Discreta e indolente, Bamako si stende da una parte e dall’altra del fiume: Niger, lo chiamano gli stranieri; Joliba, gli abitanti del posto. La città non fa brillare sotto i riflettori i suoi figli più prestigiosi – Seydou Keita, Malick Sidibé, Souleymane Cissé, Salif Keita, Amadou & Mariam e altri hanno conosciuto il successo all’estero – né le sue attività culturali, come il mese della fotografia, il festival Théâtre de réalités di Adama Traoré, gli spettacoli di danza di Kettly Noël o le mostre del museo nazionale diretto dal dinamico Samuel Sidibé.
Gli abitanti di Bamako non amano vantarsi. Sono rimasti umili e placidi come le acque del Joliba. Lasciano la parola a Dakar, dove proliferano forum, convegni e conferenze internazionali, come perle al collo di una bella donna del Sahel.
A novembre si è svolta la diciannovesima edizione del festival Etonnants voyageurs. Gli scrittori invitati hanno incontrato gli studenti, che aspettavano l’evento come i contadini aspettano la pioggia. Il gusto della lettura, una merce così rara in Africa, ha regnato durante tutto il festival. C’è chi ha fatto domande sui rischi e sulle soddisfazioni del duro mestiere di scrivere. In un paese come il Mali, dove un’edizione economica costa l’equivalente di dieci giorni di stipendio, ci vuole fortuna per riuscire ad appagare la propria sete di sapere, di sognare, di raccontare.
Spesso lo scrittore africano sembra un miracolato, un fantasma di cui tutti hanno sentito parlare ma che nessuno ha mai letto. Ha la sensazione di scrivere invano, di essere un écrit vain (scritto inutile), come diceva William Sassine, l’autore guineano ucciso dall’alcol e dalla disperazione nel 1997.
William Sassine è morto troppo presto. Non ha conosciuto la febbre della lettura che ha assalito i giovani maliani riuniti nel palazzo della cultura Amadou Hampaté Bâ per assistere all’omaggio ad Aimé Césaire. Non li ha visti fare domande granitiche e collezionare autografi. Liceali in jeans extralarge e adolescenti filiformi che sfoggiano sorrisi disarmanti e finte borse di Dolce e Gabbana.
Come tutte le metropoli africane, Bamako è un calderone di lingue e di culture. Ogni abitante, indipendentemente dalla sua origine o dalla classe sociale, appena apre bocca non può che abbracciare la lingua di Babele. Salif Keita lo ha detto tante volte nelle sue canzoni.
Keita è il musicista dalla voce di seta più apprezzato in Mali dopo Ali Farka Touré, morto nel 2006. Di origine aristocratica, Salif si è dovuto scontrare con la famiglia per poter condividere l’arte del canto con la casta dei griot. Oggi si batte a sostegno degli albini, vittime dell’emarginazione sociale. Lui stesso è albino e non ha dimenticato le umiliazioni, il ripudio del padre, la solitudine e le offese subite fin dall’infanzia per colpa del suo colore.
La vita di quest’uomo è simile a quella del continente africano, maledetto e benedetto insieme. Per ogni disgrazia c’è una provvidenza. Si parte, si torna, si lavora e si vive qui e là. Mendicante tra i Keita, nobili mandinghi. Nobile tra i mendicanti.
“Nato e cresciuto in Mali”, raccontava il cantante sul quotidiano francese Libération nel 2006, “ho visitato la Francia per la prima volta nel 1974. Mi sono sentito spaesato di fronte alla modernità, ai bei viali, all’organizzazione. Poi mi ci sono trasferito nel 1983 per lavorare come musicista. Sono tornato in Mali negli anni novanta, quando nel mio paese è tornata la democrazia. In Francia ho scoperto la musica ‘industriale’, la produzione di massa. In Africa, invece, la musica non è considerata un lavoro. Anche le relazioni familiari sono molto diverse. In Francia un ragazzo a diciott’anni è maggiorenne. Desidera la sua indipendenza, vuole allontanarsi dai genitori. In Mali si rimane figli finché i genitori sono vivi. La famiglia è un enorme baobab, che offre i suoi frutti e la sua ombra, un riparo piacevole. Una famiglia che fiorisce è il simbolo dell’amore”.
Si è detto tante volte durante il festival di Bamako: il Mali e l’Africa intera si salveranno grazie alla cultura. Non a caso nel paese di Oumou Sangaré, Rokia Traoré e dei Tinariwen, la musica porta già più ricchezza del cotone!
Traduzione di Jamila Mascat
Abdourahman A. Waberi, nato a Gibuti nel 1965, è scrittore, saggista, poeta e drammaturgo. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Gli Stati Uniti d’Africa (Morellini 2007). Ha scritto questo articolo per Internazionale.
Anno: 2009
Scomodi meticci di Louis-Philippe Dalembert
Internazionale 744 – 16 maggio 2008
Una ventina d’anni fa mi trovavo a Jacmel, una piccola città turistica nel sudovest di Haiti. Ero insieme a un belga e a un attore guineano, venuto a girare un film, quando si è avvicinato un venditore ambulante di oggetti d’artigianato. Prima ha provato a vendere qualcosa a me, senza successo. Il belga se l’è cavata con qualche parola di creolo maccheronico.
Poi è arrivato il turno del guineano. Sfoggiava una larga tunica immacolata che contrastava con la sua carnagione di nègre bleu, come i creoli chiamano i neri dalla pelle scurissima. Era appena sbarcato ad Haiti e non conosceva una parola di creolo. Non aveva altra scelta che chiederci aiuto. A quel punto il venditore ambulante ha sgranato gli occhi, esclamando: “Ma questo negro è un bianco!”.
Potrebbe sembrare un giudizio affrettato, come se il venditore avesse considerato il guineano un alienato, troppo vicino ai valori culturali dell’antico padrone europeo. Ma non è così. Per capire questo passaggio dal nero al bianco bisogna tener presente che in creolo haitiano la parola “negro” indica l’uomo che hai davanti e “bianco” lo straniero di qualsiasi razza. Perciò ad Haiti capita che durante una partita di calcio Italia-Germania Maldini o Ballack siano chiamati negri, proprio come un bianco benestante o apparentemente benestante è chiamato un “gran negro”. Invece a chi parte in viaggio per l’Africa subsahariana si dirà, senza nessuna ironia, “vai nel paese dei bianchi”, in altre parole “vai all’estero”.
La migrazione – e questo vale per tutte le isole caraibiche – ha sempre avuto un ruolo importante nella storia di Haiti. È uno dei pilastri su cui si basa l’identità del paese, costituito come entità culturale a partire da diaspore diverse. Per questo l’approccio identitario ad Haiti non si basa solo sul fenotipo fisico. Quando Cristoforo Colombo sbarcò sull’isola nel dicembre del 1492, questa terra si chiamava già Ayti (che in lingua arawak significa “terra di montagna”) ed era abitata dai taino, una popolazione nata da un primo incrocio tra gli arawak e i siboney.
Trent’anni dopo il 90 per cento della popolazione locale era stata decimata. I futuri haitiani sarebbero stati i discendenti delle diaspore africane ed europee, rafforzate, un secolo dopo l’indipendenza, dall’arrivo dei siriano-libanesi (per citare solo le componenti e le ondate principali dei flussi migratori all’origine della popolazione dell’isola). A tutto questo si sono aggiunte altre migrazioni dall’esterno verso l’interno, più o meno regolari, che hanno continuato a irrigare l’identità culturale degli haitiani.
È importante distinguere il meticciato culturale dal meticciato biologico. Se quest’ultimo è evidente, il primo non è certo meno forte. A volte si tende a trascurare questo aspetto, che invece determina in larga parte il modo di essere al mondo di un individuo o di una comunità. Uno sguardo esteriore, riduttivo, spesso considera Haiti una semplice appendice dell’Africa trapiantata in terra americana. Ma se da un lato l’Africa è vasta e quindi plurale, dall’altro il territorio haitiano, come abbiamo visto, raggruppa uomini e donne di origini diverse. Eppure capita che l’assimilazione di questo sguardo esteriore spinga gli haitiani stessi, e gli africani con loro, a vedere in questo paese nient’altro che un ramo trapiantato dall’Africa.
Ricordo un incontro a cui ho partecipato nel novembre del 1995, nel nord della Francia. Eravamo una decina di autori riuniti per scrivere una lettera aperta contro la condanna a morte dello scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Qualcuno ha proposto di cominciare la lettera con: “Noi scrittori africani…”. Io ho chiesto di correggere l’inizio, sostenendo che, se volevamo identificarci a partire da una connotazione geografica, sarebbe stato meglio scrivere: “Noi scrittori africani e caraibici…”.
La mia osservazione ha scatenato l’ira di un senegalese. Capivo il suo punto di vista ma non lo condividevo. Per lui era come se rifiutassi di riconoscermi nella madre Africa: peggio, come se mi tirassi fuori dalla lotta comune. In realtà questo fratello non solo negava la mia americanità, ma con la sua reazione esprimeva – probabilmente senza rendersene conto – un’immagine negativa di sé. Questa immagine è il frutto dell’interiorizzazione del discorso dell’Altro, che riunisce tutti i negri sotto un’unica etichetta negativa. Lo scrittore martinicano Frantz Fanon vedeva in questo complesso – poiché proprio di un complesso si tratta – il risultato di un doppio processo: “Economico, innanzitutto, e, in un secondo tempo, di interiorizzazione o meglio epidermizzazione di questa inferiorità”.
Il contrario è altrettanto vero. Quante volte ho sentito dire da un bianco: “Tu non sei nero”. Ma se gli chiedo: “E che sono, allora?”, non sa rispondere. Qualcuno osa timidamente dirmi: “Sei come noi”, senza arrivare al punto di chiamarmi bianco. Il giudizio “tu non sei nero”, infatti, rinvia a un’immagine del nero intrisa di pregiudizi ereditati dalla propria educazione e dalla propria cultura. Senza volerlo, questo giudizio solleva un’altra questione essenziale: quella del meticciato, culturale o biologico, che viene rifiutato, spesso in modo istintivo, dai gruppi etnici puri.
Prendiamo per esempio il meticciato bianco-nero nei paesi occidentali. Lì i meticci spesso sono percepiti dai bianchi in funzione della loro riuscita o del loro fallimento nella società. Meticci di successo sono guardati con simpatia e sollievo, come dei sottoprodotti della civiltà bianca, occidentale, dei figli di cui tutto sommato essere fieri. L’ex giocatore di tennis Yannick Noah, di padre camerunese e madre francese, faceva notare che la stampa lo considerava francese quando vinceva e franco-camerunese quando perdeva. Insomma, tutto quello che è positivo avvicina i meticci al campo dei bianchi, mentre tutto ciò che è negativo li allontana, spingendoli nel campo dei neri.
Da parte loro i neri, abituati a fare i conti con il razzismo e a interiorizzare il discorso dell’Altro, attribuiscono spesso ai meticci – ma non sempre a ragione – un complesso di superiorità. Oppure li considerano il risultato di un’evidente alienazione, umanoidi con la pelle indecisa e la maschera bianca (per parafrasare Pelle nera maschere bianche di Fanon), degli alienati, sradicati culturalmente, abituati da troppo tempo a frequentare la scuola dei bianchi.
A causa di questo rifiuto i meticci finiscono per identificarsi con un campo o con l’altro, per lo più con quello delle vittime e dei perdenti della storia recente. Come hanno fatto Malcolm X e Bob Marley. La rabbia da neofiti e l’intransigenza nascono dalla delusione per non essere riusciti a incarnare quel punto di equilibrio, quel ponte di collegamento che sarebbero dovuti diventare per “natura”. Com’è prevedibile, la loro risposta sarà molto più complessa e si collocherà tra questi due estremi. Nelle loro ferite segrete, ma anche nelle loro gioie. Oltre il rifiuto e l’accettazione, oltre l’idealizzazione di quello che dovrebbero simboleggiare agli occhi dell’Altro.
Barack Obama, in lizza per la candidatura del Partito democratico alle presidenziali statunitensi, ha vissuto molto presto sulla sua pelle questa condizione di “inclassificabilità”. Fino a quarant’anni fa negli Stati Uniti sarebbe stato incluso nella categoria coloured in base al sistema dell’apartheid. A lungo è stato “afroamericano” per la stampa statunitense e “nero” per la stampa europea.
Come si deve interpretare una simile definizione rispetto a un individuo biologicamente meticcio, che fino all’università ha frequentato solo il ramo bianco della sua famiglia? Cosa lo rende più nero che bianco se lo sguardo dell’Altro, in questo caso il bianco, che ha difficoltà a riconoscersi nella sua immagine? Anche i neri statunitensi diffidavano di Obama, prima di passare dalla sua parte in assenza di un candidato più nero e “puro”.
Gli scrittori migranti, originari del sud del mondo, spesso condividono la condizione dei meticci perché vivono a lungo – a volte da sempre – lontano dalla loro terra natale. Sono sbattuti da una riva all’altra dalle stesse onde meschine, e poco importano le cause dei loro spostamenti (l’esilio, le difficoltà economiche, l’ebbrezza del vagabondaggio). Tutto questo in nome dell’autenticità: culturale, linguistica, cioè dell’immaginario. Da un lato la riva meridionale serve a escludere, dall’altro la riva settentrionale serve a lavarsi la coscienza. Ed è come se ci fosse la necessità inderogabile di collocare l’immaginario e la lingua di questi scrittori sotto una bandiera che non sia letteraria. Come se un’opera, questa parte visibile dell’interiorità, non bastasse a se stessa e soprattutto non bastasse a definire il solo luogo di cui parla il suo autore: il proprio sé.
Da John Donne in poi questo sé non può più essere considerato un’isola. È un sé fatto di piste sottomarine collegate in modo permanente con l’infanzia, la terra che nutre ogni opera; un sé fatto di una sensibilità e di una lingua che non hanno consistenza se non sono radicate nella realtà. È come se l’essenziale non fosse l’opera stessa. Come se per gli scrittori della migrazione ogni opera potesse avere valore solo in virtù del contesto extraletterario. Tanto che alcuni arrivano a confondere l’opera con il contorno extraletterario.
Il problema è che questo sguardo si estende all’insieme della letteratura del sud del mondo vista da nord. Negli anni si è affermata una lettura compassionevole di queste opere: una critica contraddittoria, in base a cui il loro “valore” spesso è dato solo dalla compassione che suscitano in relazione a un contesto non letterario. Compassione per la realtà, ma anche per gli autori, che l’Altro, ormai incapace di lottare, abituato a vivere in un nord troppo privilegiato, si compiace a considerare “povero” e “impegnato”. Mentre gli scrittori, migranti o meno, hanno una sola preoccupazione: tornare alla letteratura.
Traduzione di Jamila Mascat
Louis-Philippe Dalembert è uno scrittore haitiano di lingua francese e creola. Nato a Port-au-Prince nel 1962, è autore di poesie, romanzi e racconti. In Italia ha pubblicato La matita del buon Dio non ha la gomma (Edizioni Lavoro 1997). Vive a Parigi.
Donne di mondo: 8 marzo tra festa e riflessione
Domenica 8 Marzo, dalle 18.00 in poi: Giornata di FESTA e RIFLESSIONE sull’essere donne
L’8 Marzo di GRIOT è dedicato a una riflessione che vedrà come sottofondo poetico il volume “Passaggi a ovest. Poesia femminile anglofona della migrazione” curato dalla Prof.ssa Paola Splendore.
Le voci di questa antologia appartengono a donne nate e cresciute in paesi del mondo non occidentale da cui si sono allontanate per motivi diversi: emigrazione, ricerca di asilo politico, studio, lavoro. In gran parte inedite in italiano ma molto note nei paesi di adozione, le autrici parlano nei loro versi di un duplice spaesamento, da una terra e dalla lingua madre, rivisitando e sovrapponendo memorie, sonorità e immagini transnazionali.
Parleranno di spaesamenti, femminilità e donne (non solo migranti, ma anche italiane e cittadine del mondo) donne che non vi lasceranno indifferenti.
- Paola Splendore, docente di Roma TRE di letteratura inglese (curatrice del volume “Passaggi ad Ovest”)
- Lidia Riviello, poetessa (autrice di Rhum e acqua frizzante, G. Perrrone)
- Cristina Ali Farah, scrittrice e poetessa, (autrice di Madre Piccola, Frassinelli 2007)
- Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera
- Angela Pascucci, giornalista del Manifesto (Talking China, Manifesto Libri 2008)
- Igiaba Scego, scrittrice (autrice di Oltre Babilonia, Donzelli 2008)
Chiuderà la serata un omaggio a Miriam Makeba
musiche: Afreak
video: Marshiva
Incontro del Gruppo di Lettura di GRIOT: "Il vaglia" di Sembène Ousmane
Sabato 21 marzo, dalle 11 alle 12.30 il gruppo di lettura della Libreria GRIOT continua il suo percorso attraverso i grandi libri della letteratura africana. Dopo Il crollo del nigeriano Chinua Achebe, e Il bevitore di vino di palma di Amos Tutuola, questa volta è il turno di uno scrittore-cineasta senegalese, Sembène Ousmane. “Il Vaglia” pubblicato in Italia da Jaca Book.
Il gruppo di lettura è aperto; non è necessario aver partecipato agli incontri precedenti.
Coordina Maria Teresa Carbone.
“Il Vaglia”: Una satira tagliente e spesso deliziosamente arguta della nuova borghesia africana post-indipendenza, divisa fra tradizioni patriarcali antiquate e una burocrazia negligente, rapace e inefficiente. Da questo libro Sembène Ousmane ha tratto anche un film dal titolo Mandabi (Il vaglia – Le mandat-, in francese), girato a colori in due versioni linguistiche, francese e wolof, premiato a Venezia nel 1968 con il Premio della critica internazionale. Apparso nel 1965, “Il Vaglia” è stato tradotto e pubblicato in Italia grazie a Jaca Book nel 1978.
La storia: Un uomo, Ibrahima Dieng, rispettabile padre di famiglia, riceve nel suo villaggio un vaglia da parte del fratello, partito a lavorare all’estero. Per poter incassare questo vaglia pero’, ci vuole una carta d’identità. E per avere una carta d’identità ci vuole un’estratto di nascita …. Insomma le difficoltà amministrative inevitabilmente mettono zizzannia nella famiglia, mentre il denaro, ancora non incassato, già viene speso e la situazione sfugge di mano.
Sembène Ousmane: Padre del cinema senegalese e autore militante (1923-2007), Sembène Ousmane è stato uno dei personaggi che più hanno marcato il panorama culturale dell’Africa nel periodo immediatamente successivo all’indipendenza. Autore prolifico, fondatore nel 1969 del festival del cinema di Ouagadougou FESPACO, Sembène Ousmane nasce nel 1923 a Ziguinchor nel sud del Senegal (Casamance); partecipa alla Seconda Guerra Mondiale nelle file dell’esercito francese. Dopo la guerra arriva a Marsiglia dove s’iscrive al partito comunista francese e inizia la sua attività di sindacalista, milita contro la guerra in Indocina e per l’Indipendenza dell’Algeria.

All’inizio degli anni ’50 si dedica alla letteratura e nel 1956 esce il suo primo romanzo Le Docker noir (Lo scaricatore nero), un’opera autobiografica sull’esperienza dei lavoratori africani all’estero. Nei primi anni ’60 inizia ad avvicinarsi al cinema, sua antica passione, e decide di frequentare la scuola di cinema di Mosca e nel 1962 gira il suo primo cortometraggio, Borom Sarret (Il Carrettiere).
Il 1966 è un anno storico per il cinema africano: Ousmane realizza La noire de… (La Nera di…), il primo lungometraggio di finzione del regista senegalese e anche del cinema africano. Tra i suoi film: Ceddo (Il popolo, 1977), Campo Thiaroye (Campo Thiaroye, 1988) e Guelwaar (id., 1992) entrambi presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, e appunto, “Il Vaglia”, premiato a Venezia nel 1968. L’ultima fatica cinematografica di Sembène Ousmane è stata Moolaadé (id. 2004), tra i pochi film africani ad essere stati distribuiti in Italia.
Non esiste una voce italiana di Wikipedia su Sembène Ousmane.
Link utili:
http://fr.wikipedia.org/wiki/Ousmane_Sembène http://www.senegalaisement.com/senegal/ousmane_sembene.html
da Wikipedia Francia
Romanzi
- 1956 : Le Docker noir
- 1957 : Ô pays, mon beau peuple
- 1960 : Les Bouts de bois de Dieu
- 1962 : Voltaïque
- 1964 : L’Harmattan
- 1965 : Le Mandat
- 2000 : Vehi-Ciosane, ou, Blanche-Genèse ; suivi du Mandat, Présence africaine.
- 1973 : Xala, Présence Africaine, rééd. 1995
- 1981 : Le Dernier de l’Empire
- 1987 : Niiwam, suivi de Taaw (Éditions Présence africaine)
- 2000 : Vehi-Ciosane, ou, Blanche-Genèse ; suivi du Mandat, Présence africaine, réed. 2000, ISBN 2708701703
Filmografia
- 1963 : Borom Sarret, court-métrage
- 1963 : L’Empire songhay, court-métrage documentaire
- 1964 : Niaye
- 1966 : La Noire de… (scénariste, réalisateur)
- 1968 : Le Mandat (Mandabi) (scénariste, réalisateur)
- 1970 : Taaw, court-métrage
- 1971 : Emitaï (Dieu du tonnerre) (scénariste, réalisateur)
- 1974 : Xala (scénariste, réalisateur)
- 1976 : Ceddo (scénariste, réalisateur, acteur)
- 1987 : Le Camp de Thiaroye (scénariste, réalisateur)
- 1992 : Guelwaar
- 2000 : Faat Kiné
- 2003 : Moolaadé (scénariste, réalisateur)
"Ritratto del passato": incontro con l'autore palestinese Ghassan Zaqtan insieme allo scrittore iracheno Jabbar Yassin Hussin
Sabato 28 marzo, alle ore 18.30: GRIOT presenta “Ritratto del passato”, Poiesis Editrice, dell’autore palestinese Ghassàn Zaqtàn.
Ne parlano con l’autore, le traduttrici-curatrici Lucy Ladikoff e Francesca Accarpio insieme al poeta e scrittore iracheno Jabbar Yassin Hussin.
isogno di un nome: per tutto il racconto é semplicemente lei. Attorno a lei ruota tutto, tema personale e tema storico politico della Palestina, tema cultural popolare di una società araba che riflette su se stessa e sul proprio passato.Tutto è rappresentato attraverso soliloqui introspettivi, dialoghi in cui fantasia e realtà si mischiano, emozioni del momento e nostalgia antica, solitudine individuale e dolore di un popolo abbandonato a se stesso, per il quale i ricordi degli oggetti e delle esperienze quotidiane tramandate da altri, diventano esperienza condivisa.
Il romanzo inizia con il dialogo interiore del protagonista, che è anche l’io narrante. Una riflessione per gridare la necessità del ritorno. Un ritorno a quei luoghi, a quelle espressioni di saluto, a tutto ciò che ricorda lei, deuteragonista del racconto. In questo soliloquio ad alta voce compare anche un terzo interlocutore fantastico a cui l’autore si rivolge ripetutamente nel corso del romanzo. Di primo acchito, il racconto sembra surreale, ma gradualmente ogni elemento assume una sua forma e collocazione precisa. Spesso il dialogo sembra avvenire fra tre interlocutori; in realtà il lettore avverte il colloquiare di due personaggi soltanto e si domanda se per caso il terzo si sia perduto. Attraverso un moto che a tratti sembra circolare, l’autore torna continuamente al passato per trovare il senso della presente ossessione, un continuo avanti e indietro tra passato e presente, dove c’è sempre lei. È una donna fatale, tutti coloro che l’ameranno saranno destinati alla morte: “Ti ho già raccontato, ho iniziato presto, prima del tempo, lei è la mia perdizione e lo sa, lei è quello che mi manca e sa anche questo…”.
Ghassàn Zaqtàn è nato nel 1954 a Beit Jala, un piccolo villaggio accanto a Betlemme. L’esilio lo ha portato a spostarsi in diversi luoghi: Siria, Giordania, Libano, Tunisia, lavorando come insegnante nei diversi campi profughi palestinesi di tutti questi Paesi.
Zaqtàn ha collaborato con il Movimento di Resistenza Palestinese diventando editore dal 1990 al 1994 di Al Bayàder(I campi), rivista letteraria dell’OLP. Solo nel 2004 riesce a rientrare a Ramallah in Palestina, dove tuttora vive. Oltre all’attività di scrittore egli é anche regista di documentari che descrivono le vicende attuali della Palestina. Accanto a numerose pubblicazioni e antologie, Ghassàn Zaqtàn ha pubblicato la sua prima opera narrativa nel 1995. Nel 1996 ha fondato insieme ad un gruppo di autori “La casa palestinese della poesia”; in seguito si è occupato della creazione di numerose riviste culturali e letterarie, editando la rivista trimestrale di poesie Al–Shu‘arà’ (I poeti) dal 1998 al 2003. Dal 2004 lavora al Ministero della Cultura come responsabile del settore letterario ed editoriale e dirige le pagine letterarie del quotidiano Al-Ayyàm (I giorni) a Ramallah.
Jabbar Yassin Hussin – è nato nel 1954 a Bagdad, Iraq. È il più grande scrittore iracheno vivente, in odore di premio Nobel. In esilio in Francia dal 1976, per sfuggire al regime di Saddam Hussein, è tornato a Baghdad nel maggio del 2003 dopo 27 anni. A partire dal 1984 pubblica novelle e testi di poesia su riviste francesi: Brèves, Roman, Contre Ciel, Sud, Levant, Aube… Nel 1991 pubblica “Aux rives de la Folie” (Sulle rive della follia) – l’Harmattan. Nel 1993 pubblica per la poesia “Un ciel assombri d’étoile” e “Terre d’oubli”– Edition Parole d’Aube Kichkano–Alfil Editions, “Un cielo oscuro di stelle” e “Terra dell’oblio” entrambi tradotti Italia a cura di Lucy Ladikoff, ed. Aracne, Roma, 2006… Nel 1996 ha creato un’opera teatrale con il titolo “L’Absent” (L’assente). Ha diretto dal 1990 al 1992 gli incontri poetici franco-arabi di Poitiers e l’Incontro Internazionale della Poesia a La Rochelle nel 1993–1994. Membro del comitato di redazione della rivista Qantara, dell’Istituto del Mondo Arabo, Parigi. È membro del Comitato di redazione della rivista araba Kassas di Londra. Fa parte del comitato scientifico del Laboratorio Progetto Poiesis e dei Seminari di Marzo. Numerosi suoi scritti e poesie sono pubblicati sulla rivista da Qui. Nel 2000 esce il suo maggior romanzo “Le Lecteur de Baghdad” “Il lettore di Baghdad pubblicato in Italia dalla Poiesis Editrice, Alberobello, 2008., edizione Atelier du Gué. Nel 2002 è il libro “Histoires de Jour, contes de nuit”, Atelier du Gué, tradotto in Italia con il titolo “Storie di Giorno, racconti di notte”, ed. Argo, di Lecce. Tiene conferenze in ogni parte del mondo.
Michelle Obama, dalla "Black women's liberation" alla Casa Bianca….
Domenica 5 Aprile ore 18.30, GRIOT presenta: “Michelle Obama, la first lady della speranza”, Nutrimenti 2009. Partecipano, Filippo La Porta, saggista, autore di “Diario di un patriota perplesso negli USA” E/O, 2008 e Costanza Ciminelli, esperta di storia afro-americana e di Black Feminism.

Barack Obama la chiama scherzosamente “The Boss”. Lei, con ironia pungente, in riferimento alla questione razziale negli Usa, si è definita “un errore statistico”. Di certo Michelle Obama, prima first lady afroamericana degli Stati Uniti, sembra destinata a giocare un ruolo di primo piano nella nuova stagione aperta con l’elezione di Barack Obama. E non solo come ‘consigliere privilegiato’ del presidente.
Il viaggio dal South Side di Chicago, della figlia di un operaio dell’acquedotto, fino al giorno dell’insediamento alla Casa Bianca, passa attraverso un fondamentale periodo di formazione, di convinzioni politiche e aspirazioni di impegno sociale. Michelle Obama, la studentessa di Harvard e laureata a Princeton nel 1985, si è nutrita di cultura militante la cui influenza va cercata in donne come Frances Beale (autore di “Double Jeopardy: To Be Black & Female), l’attivista Angela Davis, Deborah K. King e E. Frances White. Michelle Obama, porta alla Casa Bianca i valori tradizionali della comunità afro americana ma anche l’attivismo della “Black women’s liberation”…ben più di una first lady chic and strong….
Filippo La Porta è nato a Roma, nel 1952. Saggista e critico letterario, scrive suL’Unità, Musica! e D di la Repubblica, il Manifesto e numerose altre testate. È, inoltre, autore di La nuova narrativa italiana, Travestimenti e stili di fine secolo (1995 e nuova edizione 1999), Non c’è problema. Divagazioni morali su modi di dire e frasi fatte (1997); Manuale di scrittura creativa (1999), Narratori di un sud disperso. Cantastorie in un mondo senza storie (2000). Ha altresì curato Racconti italiani d’oggi (1997) e, insieme ad Alessandro Carrera, Il dovere della felicità (2000). Il suo ultimo libro “Diario di un patriota perplesso negli USA”.
Costanza Ciminelli è Laureata in Scienze politiche con una tesi sulle lotte degli afroamericani dal 1954 al 1970 viste da alcune riviste italiane della sinistra laica e democratica (c.d. Terza forza), nel 2000 Visiting Scholar alla Emory University di Atlanta dove ha frequentato corsi di African-American History, Black Nationalism e Global Black Feminism, insegnando contestualmente italiano al Dipartimento di italianistica. Attualmente lavora come addetto stampa e redattore in ambito editoriale.
Letture consigliate:
White, E. Frances. Dark Continent of Our Bodies: Black Feminism and the Politics of Respectability, Temple University Press, 2001
Angela Davis, Women, Race, & Class, Vintage, Vintage Books ed edition, 1983
Angela Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum Fax, 2007
Frances Beale, “Double Jeopardy: To Be Black & Female, Radical Education Project, 1971
Deborah K. King, “Missing the Beat, Unraveling the Threads: Class and Gender in Afro-American Social Issues.” The Black Scholar, Special Issue: Afro-American Studies in the Twenty-first Century.
Deborah K. King, “Multiple Jeopardy, Multiple Consciousness: The Context of Black Feminist Ideology.” Journal of Women in Culture and Society.
"Ferito", l'ultimo capolavoro di Percival Everett, fresco di stampa
Domenica 29 Marzo alle ore 18.30: Officina GRIOT presenta “Ferito”, l’ultimo capolavoro di Percival Everett, Nutrimenti 2009. Intervengono: Sara Antonelli, Dipartimento di Studi Americani, Università di Roma Tre; Leonardo Luccone, Editore delle Collane Greenwich e Gog. Letture di Valentina Pattavina.

Qualcosa sta per accadere – la consapevolezza di questa tensione è l’ossatura del libro – perché nulla accade mai a Highland, Wyoming, profondo e gelido West, dove un impenetrabile cowboy di mezz’età, uno tra John Wayne e Gary Cooper, vedovo, laureato in storia dell’arte con una passione per Klee, Kandinskij e le caverne, naturalmente nero vive la sua appartata quotidianità fatta di giornate che iniziano alle cinque e trenta, un centinaio di chili di escrementi di cavallo da spalare, cavalli difficili da addestrare, un cucciolo di coyote con tre zampe da curare. Perché la comunità locale, compresi gli amici del protagonista, apostrofa con pesanti epiteti il ragazzo gay scomparso? È l’intolleranza bruta che permea il doppio fondo dell’etica individuale, una reazione che ricorda da vicino i cartelli imbracciati da migliaia di persone comuni nelle contromanifestazioni “per ristabilire i princìpi etici” dopo il tragico omicidio del giovane Matthew Shepard nel 1998, sempre da quelle parti, dichiarato punto di partenza della riflessione di Everett. Con uno stile disadorno e lontano da qualsiasi genere, Everett dimostra che la narrativa è un mezzo, e che qui la suspance non è tanto data da ciò che il lettore non si aspetta che accada, ma dal fatto che accada ciò che il lettore sa perfettamente debba accadere.
Percival Everett L’Esquire l’ha definito “uno dei più coraggiosi scrittori sperimentali degli ultimi anni”. Personaggio poliedrico, è stato musicista jazz, tuttofare in un ranch (vanta un’esperienza di ben quattordici anni come addestratore di cavalli), professore di liceo. Attualmente si divide tra l’insegnamento (è professore di Letteratura alla University of Southern California) e la scrittura (autore prolifico, ha scritto oltre venti libri tra romanzi, raccolte di racconti e poesie, e saggi, esplorando quasi tutti i generi letterari; ed è improbabile che si fermi). L’interessato, invece, rifugge quell’epiteto e quello di scrittore postmoderno vantando tra i suoi maestri i classici scrittori americani di grande respiro come Mark Twain. I suoi libri sono tradotti e apprezzati in tutta Europa. In Italia sono usciti: nel 2007 Glifo per Nutrimenti e Cancellazione per Instar Libri; nel 2008 La cura dell’acqua per Nutrimenti.
Presentazione di "Il mio cuore riposava sul suo" di Lara Santoro, Edizioni E/O

La mia Africa ci raccontò il continente nero attraverso gli occhi e il cuore di una donna bianca. Il mio cuore riposava sul suo è una bellissima variazione sul tema. Il Kenya però non è più quello nei cui cieli volavano innamorati Meryl Streep e Robert Redford. Più che la savana con gli animali selvatici, oggi contano gli slums con le bande di ragazzi affamati e i malati di Aids. Anna è un’inviata speciale. Beve molto, ha un caratteraccio, vive pericolosamente, ma ha un cuore grande che può contenere l’amore per due uomini, quello per l’Africa e quello straordinario e salvifico per Mercy, la sua donna di servizio nera, che diverrà amica e maestra di vita.
I due uomini che ama, Nick e Michael, non potrebbero essere più diversi tra loro. Nick è un dandy inglese che vive ancora la vita spensierata dei tempi coloniali. Michael è un reporter di guerra americano generoso e impulsivo. Mercy è una donna fenomenale. Corpulenta, vestita con pantaloni in finta pelle e una stringata canotta rosa, esce ogni mattina dalla sua baracca negli slums di Nairobi per andare a servizio nella bella casa di Anna e aprirle gli occhi sulla sua realtà di giovane bianca viziata, fino a trascinarla in una memorabile battaglia di donne africane contro l’industria farmaceutica che specula sull’Aids e nega i farmaci salvavita.

Il romanzo di Lara Santoro percorre la personale trasformazione di una reporter alle prese con quell’Africa devastata dalle epidemie e dagli interessi economici del mondo occidentale ma anche forte e decisa a lottare.
Acuto, commovente e pieno di suspence racconta la bellezza del continente nero e la sua realtà di terra straziata, attraverso l’intenso intreccio di relazioni, amori e tradimenti che permeano l’intera narrazione. Straordinario il personaggio di Mercy, donna fenomenale, corpulenta e bizzarra, che si fa maestra di vita della protagonista.
“Il mondo è un luogo bello e in rovina, e Lara Santoro è una voce nuova e sorprendente. Il mio cuore riposava sul suo è un romanzo stupendo.”
Alice Sebold, autrice di Amabili resti
Cannibali e felici di Maryse Condé
Internazionale 762, 19 settembre 2008
Oggi si parla molto di diversità culturale. Le famose descrizioni di Frantz Fanon nei Dannati della terra stanno passando di moda: “Il mondo colonizzato è un mondo diviso in due… La città del colonizzato, o almeno la città indigena, il quartiere negro, la medina, la riserva rappresentano un luogo malfamato, popolato di uomini malfamati. Qui si nasce dovunque e comunque. E si muore dovunque, di qualunque cosa… La città del colonizzato è una città piegata, una città in ginocchio, disfatta”.
È l’universo che ha cambiato forma. Non ci sono quasi più coloni e colonizzatori. Ci sono solo sfruttatori e sfruttati, have e have not. Le musiche, le cucine, le mode si mescolano. Le lingue convivono nelle città, che sono le nuove torri di Babele.
Con l’arrivo degli immigrati provenienti da tutte le parti del mondo, i paesi occidentali hanno capito di dover rinunciare all’idea di una cultura unica e a parole come “purezza” e “autenticità”, che, a pensarci bene, hanno prodotto più danni che altro.
Eppure la diversità culturale e il dialogo tra le culture rimangono troppo spesso dei miseri auspici. Gli esuli della diaspora restano chiusi in se stessi, rifiutando di aprirsi agli altri, senza voler condividere nulla.
E così a Parigi, discutendo con un gruppo di ragazzi della cosiddetta “seconda generazione”, mi sono resa conto che non avevano mai visitato la reggia di Versailles né i castelli della Loira. Offuscata da quella che mi sembrava un’imperdonabile mancanza di curiosità, li ho rimproverati severamente.
“Proprio lei, l’autrice di Segù, ci dice queste cose?”, mi hanno risposto amareggiati. Poi ho capito che quel ripiegamento su se stessi rispondeva a ragioni confuse e complesse. A dispetto dei discorsi ufficiali, quei giovani si sentivano emarginati e le loro culture di provenienza erano sottovalutate. Per rispondere all’ignoranza e forse al disprezzo mostrati dal loro paese d’adozione, avevano scelto una sorta d’ignoranza volontaria. Cercavano di preservare in se stessi, come potevano, l’eredità dei loro genitori, che vedevano minacciata da ogni parte.
Quella conversazione mi aveva turbato.
Come fargli riconoscere che le culture non devono mai escludersi, ma arricchirsi reciprocamente nello scambio? Come fargli accettare l’idea che la bellezza deve essere condivisa perché appartiene a tutti senza distinzioni? È questo che ci permette di sopportare la durezza della realtà e le privazioni del quotidiano. Dopo aver riflettuto a lungo, mi sono ricordata di Oswald de Andrade e della sua teoria del cannibalismo culturale.
Chi era Oswald de Andrade?
Era un brasiliano vissuto nella prima metà del novecento (1890-1954). In Europa non è molto conosciuto, ma le sue idee sono ancora parte integrante della cultura del suo paese, dove è considerato il padre del movimento “modernista”, cioè della cultura nazionale, fino ad allora sbiadita da secoli di dipendenza coloniale.
Nel 1922 con la sua compagna, la pittrice Tarsila do Amaral, Andrade aveva organizzato la settimana dell’arte moderna di São Paulo, per dare voce alla vitalità di quell’arte nascente e riconoscere il contributo della cultura indigena.
Andrade apparteneva alla ricca borghesia della capitale. Rovinato dal crac di Wall street del 1929, si era iscritto al Partito comunista e aveva creato un giornale militante. Ma l’opera che rimane legata al suo nome è il Manifesto antropofago, pubblicato nel 1928: un testo infuocato e ironico, una sorta di elogio dell’insensatezza che ricorda il Manifesto del surrealismo di Breton. Ispirandosi ai tupì, una popolazione indigena del Brasile che credeva di poter assimilare le virtù dell’uomo bianco attraverso un rito cannibale, il movimento di Andrade recuperava la metafora del cannibalismo – l’antropofagia – come un modo per accettare la propria condizione molteplice. Oswald de Andrade è stato il primo ad affermare che tutte le culture sono il risultato di influenze diverse, e il primo a usare i concetti di “ibridazione” e “métissage”, che oggi vanno così di moda.
Non dobbiamo avere più paura né vergogna di far diventare parte di noi i valori presi in prestito dall’occidente, a patto di non trasformarli in feticci. E a patto di considerarli con ironia e perfino di saperli mettere in ridicolo, come fa il verso più famoso del Manifesto antropofago, parodiando l’Amleto di Shakespeare: “Tupì or not tupì, that is the question”.
Forte di questa nuova consapevolezza, sono tornata dai miei ragazzi per dirgli: non esitate a visitare Versailles e le sue meraviglie. Basta che al momento opportuno vi ricordiate una cosa: Luigi XIV aveva i denti rovinati e l’alito cattivo.
Sapranno fare buon uso dei miei consigli?
Traduzione di Jamila Mascat
Maryse Condé è nata nel 1937 a Pointe-à-Pitre, in Guadalupa, dipartimento francese d’oltremare. In Italia ha pubblicato, tra l’altro, Segù (Edizioni Lavoro 2003), La vita perfida (e/o 2001) e Sogni amari (Città Aperta 2006).
Domenica 15 Febbraio, ore 18.00: Badara Seck presenta
Domenica 15 Febbraio, ore 18.00: Badara Seck presenta “Dal tassuu al rap, e ritorno”: aperitivo-incontro musicale con il griot senegalese Laye Ba.
I griot Badara Seck e Laye Ba proporranno assaggi del ritmo senegalese del lassuu e ne ripercorreranno le vicende, tra tradizione e contemporaneità, tra musica e narrazione.
Il tassuu è un ritmo tipicamente senegalese, che ha profondamente influenzato il sorgere di una tradizione musicale « rap » tutta locale, in cui la parola, parlata/cantata in wolof, ha il potere di raggiungere un publico larghissimo e di influenzare l’opinione del giovane pasese (2/3 sotto i trent’anni su una popolazione di 11 milioni di abitanti). Il tassuu moderno ha subito notevoli modiche rispetto a quello originario chiamato Taxurane, un tipo di rap armonizzato dagli strumenti tradizionali chiamati “rit”, e utilizzato per per accompagnare il racconto di storie e per esternare le proprie emozioni ed opinioni attraverso il canto improvvisato.
Tramandato di generazione in generazione dalle etnie Lebu, e Laobé, formata tradizionalmente da pescatori, precursore del rap statunitense ed in parte riadattazione, il tassuu è un tassello importante nella tradizione e nell’ibridazione della parola musicata.
Badara Seck è nato in Senegal da una famiglia di Griots, musici/cantori (spesso appartenenti ad una specifica casta) che detengono e tramandano il sapere, la tradizione, la storia e la cultura locale. Giovanissimo ha cominciato a girare il mondo con la sua voce e le sue storie, poi con le canzoni e le musiche da lui stesso composte, con frequenti e lunghi soggiorni in Senegal, dove ha continuato ad esercitare il suo ruolo di musicista e Griot. Ha partecipato a numerosi festival in tutto il mondo: in particolare è stato scelto come unico degno sostituto della grande Miriam Makeba per la voce solista della famosa Messa Luba. è stato uno dei personaggi si spicco di Hypertext-Ulisse, del compositore Luigi Cinque. Con il suo gruppo, Penc, si è esibito in numerosissimi concerti in Italia, in Europa e in Africa. Ha partecipato, su sollecitazione di Mauro Pagani, alle realizzazione degli ultimi cd del cantante Massimo Ranieri e da allora lo accompagna in tutti i suoi concerti.
Laye Ba: Diplomato al rinomato liceo “Blaise Diagne”, frequenta gruppi teatrali e di poeti. Inizia ad essere notato e viene chiamato a partecipare alle iniziative musicali e teatrali di istituti famosi come “M.L.King” o il “Lamin Gay” di Dakar. Nel 1992 crea un gruppo teatrale comico chiamato Xaxatai Show, “ridere senza tregua”, di cui faceva parte Abdoulaye Ndiaye. Nel 1997 conosce il grande comico senegalese “Kouthia” con il quale partecipa ad una tourné in tutto il Paese ed appaiono in TV con lo spettacolo “Petite Thèatre”. Frequenta la scuola di musica presso la discoteca Miami a Dakar, che ha visto tra i suoi allievi i più grandi musicisti e cantanti senegalesi quali Youssou N’Dour. Proprio con questo artista collabora dando vita a numerosi spettacoli. In Senegal incide due album assieme ad Abdallah Diop con il quale ha formato il gruppo Dege Gui con cui ha inciso “Dundë Gui” (la vita)e “Fuu ñuyë diare baa Mouthë” (La strada per salvarsi).
In Italia, Laye Ba ha partecipato a numerosi festival, ed ha collaborato con artisti italiani tra cui Tony Esposito e Gennaro Testa. Tiene inoltre seminari sulla musica nelle scuole medie secondarie. Di recente ha esordito come attore nel Musical “Nemico di Classe” per la regia di Angiolina Campanelli presso il Teatro Trianon di Napoli.
