Descrizione
Cosa significa crescere in un contesto dove ti viene prima di tutto insegnato a non dare fastidio, dove si impara che per tirare avanti bisogna trovare un nascondiglio, farsi piccoli per non mettersi in imbarazzo o in pericolo? Dove si lavora, quando il lavoro c’è, ma un orizzonte comune sembra troppo distante, e le rivendicazioni di classe troppo complesse, apparentemente inimmaginabili anche se ovunque si mettono in atto piccole forme di resistenza. Crescere in luoghi in cui il tempo procede per frammenti difficili da ricomporre, in cui la politica condiziona le esistenze ma rimane spesso lontana, si fa altrove. Una condizione comune a molte persone nate dopo la fine degli anni Settanta, dopo la presunta fine della Storia.
E cosa significa sentire che in una tradizione familiare, fatta di remissività e di ostinati esercizi di fatalismo, si sta stretti? Sentire un vuoto viscoso da cui si vuole scappare per scoprire come riempirlo: spostarsi di città in città, sempre precari, sempre in bilico, rincorrendo la possibilità di una lotta che non sia soltanto individuale, di una realizzazione che non sia solo la propria. Finendo con lo scoprire invece che forse non si sarà mai abbastanza appagati, rimanendo stranieri a ogni luogo che si cerca di abitare, comprese le proprie memorie.
Giusi Palomba ci racconta questa storia fatta di conti che non tornano: conti economici, conti con se stesse, conti con un passato la cui vergogna è stata scritta da altri, nei corpi e nelle teste di chi si è abituato ad avere il peso del mondo sulle spalle evitando di farci caso.
Una storia personale ma anche collettiva, una storia di classe senza nulla di epico, nulla di cui, apparentemente, poter andare orgogliosi, ma della quale è necessario riappropriarsi, narrarla con le proprie parole. Una storia scritta per vendicare l’omertà e la rassegnazione, per restituirle dignità, giustizia e la possibilità di generare altre storie, altri desideri, altre lotte.





